Nota dell'Associazione Italiana di Psicologia sul respingimento dei migranti

23 Novembre 2021
Le forti tensioni tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti da una parte e la Bielorussia dall’altra hanno determinato nelle scorse settimane una “surreale” situazione al confine tra Polonia e Bielorussia, con i migranti lasciati a temperature sotto lo zero e undici persone morte per gli stenti.
 
I migranti, utilizzati come strumenti di contesa, sono vittime ancora una volta di un fenomeno ben studiato dalla ricerca psico-sociale, quello della de-umanizzazione. Questo fenomeno si è purtroppo verificato molte volte nel corso della storia e può essere considerato il presupposto psicologico di numerosi conflitti e perfino di veri e propri stermini.
 
L’Associazione Italiana di Psicologia, in vista di questi recenti fatti, ritiene in suo dovere portare ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni quali sono i processi psicologici oggi pericolosamente in atto, nella convinzione che la comprensione scientifica dei fatti sociali possa aiutare non solo a comprenderli, ma anche a indirizzarli verso esiti migliori. 
 
La de-umanizzazione è un fenomeno attraverso il quale una persona o un’intera società nega la piena identità umana di un’altra persona o degli appartenenti ad un’intera categoria o gruppo sociale. Ciò comporta una variazione nel processo di attribuzione tale per cui le persone che appartengono a quel gruppo non vengono percepite come portatrici di umanità, sentimenti, cultura e diritti. È una situazione pericolosa, come ha chiaramente mostrato la ricerca scientifica sul tema, dal momento che è il presupposto per il disimpegno morale, la negazione di aiuto, l’emarginazione e la violenza.
 
Gli studi mostrano che, tra i vari meccanismi che possono favorire questo processo, la percezione degli altri come funzionali ad uno scopo (nel nostro caso, le rotte migratorie e i migranti stessi sono strumento di ritorsione della Bielorussia nei confronti delle misure restrittive decise da EU) è un importante determinante del processo di de-umanizzazione. In altri termini, quando di un gruppo sociale si considera solo l’importanza funzionale per il raggiungimento degli scopi o obiettivi di qualcuno, è facile che venga visto essenzialmente come un mezzo per un fine e non più come un insieme di esseri umani. Ciò riduce la consapevolezza dell’umanità di tale gruppo e la preoccupazione per le esperienze ed emozioni che sta vivendo.
 
La ricerca scientifica ha mostrato che la de-umanizzazione ha diverse e gravi conseguenze tra cui l’omissione di soccorso, il sostegno a forme punitive e l’accettazione di trattamenti discriminatori e ingiusti. Nel nostro specifico, il processo di de-umanizzazione, riducendo l’empatia, determina una significativa diminuzione dell’aiuto offerto alle vittime, così come sta avvenendo in questo momento ai confini tra Bielorussia e Polonia, e come da tempo avviene per migranti di altre rotte, ad esempio mediterranee. I fatti di questi giorni si incrociano e si sommano al processo di de-umanizzazione a cui già stiamo assistendo da tempo in relazione ai migranti, attivato dalla paura europea per i flussi migratori. Tale de-umanizzazione legittima le frequenti omissioni di soccorso e i trattamenti ostili e degradanti a cui i migranti sono sottoposti.
 
Dagli studi è emerso chiaramente come, una volta attivato il processo di de-umanizzazione, le azioni (o omissioni), spesso in contraddizione con i principi e valori di chi le mette in atto, vengono prontamente giustificate mediante l’impiego di eufemismi o attribuendo la responsabilità a terze parti.
 
L’Europa ha già conosciuto le nefandezze che derivano da questi processi psico-sociali, e l’Associazione Italiana di Psicologia ritiene opportuno ribadire con fermezza che tali meccanismi sono altamente pericolosi. Risulta quindi fondamentale riconoscerli e neutralizzarli per agire in conformità con i principi e l’identità della Comunità Europea.