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Pubblicazioni e appartenenza alla comunità scientifica

A margine dell'Assemblea della Sezione di Psicologia Sociale, tenutasi a Cagliari il 22 settembre 2009, si è svolto un interessante dibattito sulle modalità di pubblicazione. Su questo delicato argomento si è convenuto di aprire una più ampia discussione, utilizzando anche il sito. A questo proposito, è pervenuto un primo contributo da parte di Francesca Emiliani, in forma di lettera aperta a Luciano Arcuri. Chi volesse intervenire nella discussione può farlo direttamente su questo forum, attivando se lo desidera le opzioni di notifica qui di seguito, per essere avvisato quando ci siano risposte sul forum (per qualunque necessità di chiarimento rispetto alle modalità di accesso al sito potete indirizzare richieste a info@aipass.org )

Lettera aperta di Francesca Emilani a Luciano Arcuri

Lettera aperta a Luciano Arcuri.

Caro Luciano,
vorrei proporti alcune riflessioni stimolate dal tuo intervento alla tavola rotonda “Pubblicare e appartenere alla comunità scientifica”. Hai esordito fornendo per ciascuna fascia di docenza percentuali di appartenenza e di esclusione, di visibilità e oscuramento. La tua fonte è stata Psych.info e l’hai consultata per il 2007,2008 solo per le pubblicazioni in lingua inglese. Perché solo l’inglese? La domanda non è retorica, sappiamo che la differenza di lingua sottende in parte una diversità di paradigmi teorici di riferimento e, di conseguenza, una diversa comunità scientifica di appartenenza. Sono più esplicita, tutta l’area che tiene in considerazione la teoria delle rappresentazioni sociali pubblica anche in francese su riviste internazionali. Gli ultimi convegni organizzati sulle rappresentazioni sociali contemplavano tre lingue, inglese, francese e spagnolo. Più faticosa, ma questa mi sembra un’internazionalizzazione rispettosa delle differenze di lingua e paradigmi teorici. La comunità angloamericana a cui si riferisce il main stream della psicologia sociale che in larga misura si identifica con l’area della cognizione sociale mi sembra invece caratterizzata da una chiusura autoreferenziale sui propri paradigmi e modelli.
Se internazionalizzare significa aprirsi a comunità scientifiche (e uso il plurale) con cui realizzare scambi, questo non può comportare un percorso unidirezionale, da parte nostra, verso un’unica meta che, da parte sua, è impermeabile a qualsiasi critica e messa in discussione. Mi rendo conto che qui il discorso si fa impegnativo. Faccio un esempio che mi ha sempre stupito: la persistente interpretazione in termini di errori di forme del ragionamento quotidiano. Hai presente la storia di Steve o Linda e la fallacia della congiunzione? Già Nisbett alla fine degli anni ’80 si interrogava sulla correttezza dell’interpretazione e Stich in un volume del ‘91( The fragmentation of reason ) la discute a lungo e poi numerosi autori da prospettive diverse hanno criticato la tesi sostenuta dalla cognizione sociale , compreso Moscovici (in senso generale) e recentemente Gigerenzer (2000) ed altri, a lungo. Lo stesso Bargh, che pure appartiene alla comunità scientifica a cui ti riferisci, critica la tesi degli errori: ciò nonostante, nel volume del 2008, apparso nel 2009 e presentato da Castelli, Cognizione Sociale, di Fiske e Taylor, l’argomentazione sugli errori viene presentata immodificata, senza l’ombra non dico di una messa in discussione del paradigma, ma senza neanche una citazione che segnali la conoscenza delle critiche che, secondo una regola elementare del lavoro scientifico, andrebbero almeno rapidamente citate. Lo stesso discorso vale, dal mio punto di vista, per molti altri aspetti: cruciale e irritante, per me, il riferimento al termine di rappresentazioni sociali, senza mai citare Moscovici, Doise, Markova e gli altri che fanno riferimento a questo paradigma.
Alcuni di questi aspetti li discutiamo nel libro di prossima uscita presso il Mulino sui paradigmi delle rappresentazioni sociali.
Quella comunità scientifica mi sembra chiusa in un’ autoreferenzialità acritica sui propri paradigmi: rari dubbi e numerose certezze.
Allora “essere esclusi” potrebbe anche essere una scelta: nelle percentuali citate dovresti creare una sotto –categoria di esclusi: quelli che scelgono di non riconoscersi in quella comunità scientifica e pubblicano anche in lingue diverse da quella inglese, a torto o a ragione.
Vorrei accennare anche ad un secondo punto che nel tuo intervento hai indicato come la risibilità di nozioni quali originalità e creatività.
Sono perfettamente d’accordo con te che creatività e originalità senza criteri condivisi di valutazione rimangono categorie dell’ineffabile attraverso le quali si sono fatte passare malefatte concorsuali. D’accordo. Però valutiamo anche la posizione di colleghi ( lasciami dire il peccato e non il peccatore) che con orgoglio affermavano che i propri dottorandi prima di iniziare l’impostazione del proprio lavoro di ricerca, sceglievano la rivista e sulla base dei criteri indicati conformavano la ricerca e la pubblicazione: che male c’è? Se vuoi pubblicare questa è la regola. Non rischiamo di formare espertissimi manipolatori di variabili incapaci di mettere in discussione i presupposti scientifici su cui lavorano? Qualche dubbio mi rimane.
Infine, last, but not least, ti è giunta voce che alcune riviste impattate, come si dice in gergo, si fanno pagare per pubblicare? Il mercato è mercato, che male c’è?
Mercato e conformismo non mi sembrano una buona cornice per il lavoro scientifico.
Allora, propongo di discutere questi temi in occasione del prossimo convegno anche con i giovani, soprattutto con loro. Con rinnovata stima e affetto Francesca Emiliani