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Riflessione A. Claudio Bosio a partire dalle sollecitazioni di Robert Roe - EAWOP Congress 2009

Cari Colleghi, il recente congresso europeo dell’EAWOP (Santiago de Compostela, 13-16 maggio 2009), al quale molti di noi hanno partecipato, ha certamente offerto numerosi stimoli. Fra questi mi sembra degno di nota il contributo di Robert Roe: “Expanding the scope of W&O Psychology” per motivi formali e di contenuto: -  si tratta della relazione di inaugurazione (keynote address) a cui gli organizzatori hanno voluto attribuire una finalità di orientamento strategico; -  si tratta di una relazione “problematica”, nel senso che si interroga sui limiti del nostro sguardo di psicologi W&O e si interroga sulla riconfigurazione dei percorsi di ricerca e delle direzioni di intervento; -  si tratta, infine, di una relazione sviluppata con uno stile vivace, in presa diretta con i fenomeni che osserva, orientata a “far discutere” piuttosto che a “sopire e pacificare”. Mi sembrano tre buoni motivi perché la relazione sia ripresa e discussa al nostro interno in un momento in cui le domande di identità e prospettiva del nostro gruppo sono diventati “temi caldi” in concomitanza alla nostra costituzione come raggruppamento AIP. Sono dunque a chiedervi che la sezione AIP si faccia promotrice di una divulgazione del testo nel nostro gruppo accompagnata da una discussione/confronto (magari attraverso un forum) che parta dalle idee di fondo della relazione. Personalmente, ho trovato molto stimolanti gli inviti di Roe a riconfigurare il nostro sguardo di ricercatori ponendo più attenzione:  alla prospettiva del tempo; - alla dimensione dell’azione collettiva; alle proprietà del contesto…; - in una parola, alle caratteristiche ecologiche (complesse e cangianti nel tempo) dei fenomeni su cui ritagliamo i nostri oggetti di studio. Pensate che questa idea-progetto possa essere sostenuta e che possa essere presa in carico dal nostro gruppo di riferimento? Grazie per l’attenzione, A. Claudio Bosio.
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Nuovi orizzonti della W&OP secondo Roe

Contributo al forum

Provo anche io ad offrire alcune riflessioni, ringraziando Claudio Bosio per aver lanciato l’idea e Claudia Piccardo ed Angelo Benozzo che hanno contribuito con le loro osservazioni nella mail del 31 luglio.
Concordo con loro nel riconoscermi in profonda sintonia con le posizioni di Roe e ritengo che la portata delle sue indicazioni, sia per il contenuto, sia per la collocazione di apertura strategica del convegno EAWOP, debbano assumere una importanza del tutto rilevante nell’orientare le prospettive future della Psicologia del lavoro e delle organizzazioni.
E’ come se l’intervento di Roe avviasse una fase di riconsiderazione e riconfigurazione dei tradizionali modi di pensare e realizzare ricerca nel nostro settore psicologico, a livello nazionale e internazionale.
Mi sembra infatti che i quattro topics proposti introducano implicazioni importanti, sulle quali discutere, che riguardano il modo di concepire gli oggetti della W&OP, le metodologie di ricerca, i criteri di valutazione della produzione scientifica, il rapporto tra ricerca - formazione universitaria - mondi dell’agire professionale.
Le slide proposte vanno subito al sodo e inducono a pensare, risultando tanto emblematiche quanto chiare e dirette nei loro riferimenti ad aspetti e questioni.
Ne riprendo solo alcune che mi sembrano cruciali e attuali, in riferimento ad esempio al dibattito in corso sulla riaggregazione dei SSD o sulla valutazione dei vari prodotti scientifici.
Un primo spunto viene offerto da Roe a proposito della necessità di acquisire un approccio temporale e dinamico nello studio dei fenomeni tipici della W&OP: il nostro collega evidenzia una sorta di bias cognitivo relativo all’assunzione indistinta dei princìpi di una psicologia differenziale che ostacola l’effettiva considerazione dei processi temporali nei nostri disegni di ricerca. L’affermazione di Roe è decisa: ‘la vita si svolge come un film, ma la studiamo per mezzo di istantanee’ e ‘i nostri metodi non incontrano la realtà che dichiariamo di studiare.’
Un ulteriore spunto si sviluppa a partire dalla considerazione degli aspetti sociali/collettivi e dall’assunzione delle dimensioni di contesto. Qui Roe è ancora più esplicito: identifica come ‘sterile conoscenza’ quella prodotta a partire dallo studio di sfaccettature parziali, rilevate attraverso la percezione che ne hanno gli individui (che rispondono a questionari standardizzati), secondo un’analisi ‘one-by-one basis’, come se la psicologia fosse una ‘universal science’ le cui teorie e scoperte si applicano a tutte le persone di tutti i tempi. Tener conto del contesto nelle nostre teorie e ricerche comporta assumere che ‘culture is not a variable!’, non pensare alle persone ‘ in capsules’ e cambiare ‘our way doing research about context’.
Terzo elemento introdotto riguarda l’esigenza di allargare gli scopi della nostra disciplina, accogliendo temi inerenti l’impatto dei nostri studi rispetto alle persone ed ai contesti incontrati e guardando alle organizzazioni come realtà che catalizzano e producono cose buone e cattive, esiti positivi così come negativi.
Le implicazioni per la teoria e la ricerca in W&OP che Roe ricava dalle sollecitazioni introdotte sono tanto emblematiche quanto provocatorie: le direzioni da lui suggerite invitano ad abbandonare focus di studio troppo ristretti; ad evitare questionari privilegiando osservazione, discorsi, partecipazione; a valorizzare i saperi di accademici e practitioners.
Sembra davvero un’apertura fortemente innovativa, che cambia il perimetro ed i confini di ciò che consideriamo dentro vs fuori la W&OP, così come i criteri da adottare ed i punti di riferimento per qualificare la nostra ricerca scientifica.
Interessanti e altrettanto esplicite sono anche le indicazioni di Roe relative alle sfide per una W&OP orientata in senso globale: per un autentico sviluppo della W&OP a livello globale e internazionale serve, dice, superare una credenza riconducibile allo ‘status differential’, secondo cui ci sarebbe una presunta e pretesa sorta di superiorità di certi paesi su altri. Al di là di un certo vezzo decostruzionista (attraverso il quale Roe prende a bersaglio la tendenza dei ‘peer-reviewed-international-English-language-journal’ a non pubblicare contributi locali e non generali, che non siano scritti in perfetto inglese e nel rispetto delle teorie vigenti; oppure indica come neo-coloniali alcune noti studi qualificati come ricerche-safari), rimane la forte sottolineatura dell’esigenza di non rincorrere a tutti i costi posizioni basate su logiche e ipotesi date per acquisite e scontate. Si pensi all’orientamento sollecitato verso cose da fare quali (riporto letteralmente dalle slide) la liberalizzazione degli international journals e la promozione di ‘regional journals’; oppure la modifica del sistema dei criteri di riconoscimento e valutazione dei prodotti basati su ‘citation scores’.
A me sembra che la posizione di Roe sia forte e netta e mi rappresento il suo contributo come significativamente orientato ad aprire cambiamenti e innovazioni: si tratta di una comunicazione collocata come key note in apertura ad un congresso internazionale. Come dire un punto di riferimento nel contesto di un evento che ha discusso di prospettive locali e globali all’interno dei nuovi scenari organizzativi e del ruolo della W&OP all’interno di essi.
Mi chiedo se il confronto con le proposte e le prospettive aperte da Roe, sia pure decantate da aspetti di provocazione retorica all’interno di un evento comunicativo come un congresso, non debba attraversare anche il nostro dibattito interno. Siamo o meno in sintonia con tali traiettorie? Lo scenario internazionale da lui prefigurato è quello che stiamo costruendo? Le logiche e gli ancoraggi da lui richiamati ispirano il senso di ciò che rappresenta per noi lo studio e la ricerca in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni? I criteri da lui indicati sono da noi adottati nella valutazione delle nostre produzioni scientifiche?
Personalmente mi ritrovo in molte delle considerazioni sviluppate da Roe, soprattutto quelle che riguardano la necessità e le implicazioni connesse alla considerazione delle dimensioni di contesto nell’individuazione dei nostri oggetti di ricerca e nella regolazione dei dispositivi metodologici correlati. Mi piacerebbe averlo come collega internazionale in una commissione di tesi di dottorato o come reviewer di una rivista internazionale cui invio un paper.
Ritengo che approfondire e proseguire le tracce suggerite da Roe possa rappresentare per il nostro lavoro di sezione una promettente traiettoria di crescita e di evoluzione.
Giuseppe Scaratti

Dialogando con Robert Roe

Care/i colleghe/i,

in questo periodo estivo di maggiore tranquillità, con ritmi di lavoro finalmente umani, abbiamo ripreso in mano i lucidi di Robert Roe. Innanzitutto desideriamo ancora una volta ringraziare Beppe per l’iniziativa di aver reso pubbliche queste slide, così ricche di suggerimenti e stimoli, e così aperte al futuro che ci aspetta, e che pure hanno alle spalle l’avvenire che auspicano. L’obiettivo è di alimentare il Forum proposto da Giuseppe Scaratti e Claudio Cortese e iniziato da Claudio Bosio. La sua aspettativa di presa in carico dell’“idea-progetto” di Robert Roe sembra non essere stata sin qui sostenuta dal nostro gruppo di riferimento (non ci risultano altri contributi a valle del suo… e su questo dovremmo interrogarci; forse siamo stanchi, alla ripresa ci saranno energie nuove per riprendere il filo del discorso…lo speriamo!).

Dicevamo di un avvenire che ha alle spalle una consolidata tradizione: clinica, socio-analitica, psicosociologia, psicosocioanalitica, etnografica. Due persone come noi, che hanno proposto agli inizi del ’90 una prospettiva di ricerca etno-clinica, come potrebbero non ritrovarsi quindi in toto d’accordo con le affermazioni di Robert Roe? Il solo stupore è che possa stupire! Il problema, dal nostro punto di vista, dell’espansione dello scopo della nostra psicologia del lavoro e delle organizzazioni è sia culturale sia politico: culturale con riferimento alla maturazione di criteri di valutazione che possano valorizzare i risultati di quel modo di fare ricerca che assuma sino in fondo le conseguenze narrative e idiografiche di un lavoro ispirato alle dimensioni della dinamica, del collettivo, dell’impatto e dei contesti. Politico, con riferimento alla tensione e alla competenza di esercizio di influenza, nelle arene dell’attuale dibattito, da parte di coloro che tale modalità di sguardo al mondo del lavoro e delle organizzazioni lo testimoniano anche con la tensione nella ricerca. Quest’ultima è contemporaneamente impegnata nell’esplorazione e nella teorizzazione. Un impegno quotidiano (non un lavoro part-time): a tempo pieno per la teoria e l’azione.

Dialogando con Roe riprendiamo ora le sue quattro sottolineature.

Dynamic = è da tempo che valorizziamo l’utilizzo di verbi anziché nomi: possiamo evitare di testimoniare il paradigma processuale della teoria dell’azione, da Thompson e da Weick in poi? Parliamo degli anni ’60: il titolo di uno dei primi lavori di Weick, The social psychology of organizing, invitava a impiegare verbi che restituissero tutta l’importanza del corso di azioni e decisioni, del farsi della ‘realtà’ che corre il rischio di essere oggettivata, o meglio, reificata se ricorriamo invece a sostantivi.

Collective = la sottolineatura dell’importanza del comportamento collettivo riteniamo sia forse la più debole, non tanto nelle premesse – ossia siamo convinti che il nostro comportamento obbedisca a strutture sociali e dipenda dai ruoli prescritti, quanto soprattutto nelle conseguenze. Pensiamo sia difficile comprendere quanto, in che modo il comportamento individuale dipenda dal collettivo o viceversa quanto l’individuo influenzi il collettivo. E soprattutto queste domande sembrano ancorate a una logica causa effetto che forse dovremmo e potremmo iniziare a dirci ‘un po’ superata’.

Context = il nostro accordo è totale rispetto al richiamo all’importanza di studiare e comprendere il contesto per interpretare quindi i comportamenti di lavoro. Prospettiva testimoniata da tutta quella tradizione di studi socio-antropologici, da cui la psicologia del lavoro e delle organizzazioni non può prescindere: in un importante articolo del ’96, nella blasonata rivista Administrative Science Quarterly, Schein accusava la psicologia di aver tradito la sua tradizione lewiniana là dove, con la rinuncia ai suoi metodi peculiari per cogliere “ciò che accade”, operazionalizzava i costrutti, costruendo questionari e perdendo così la ricchezza più autenticamente umana che solo l’osservazione partecipante e l’intervista in profondità avrebbero potuto darle accesso, in termini di verità del divenire. Come dichiara Roe, ciò comporta anche abbracciare un certo relativismo, le culture sono uniche e dinamiche, “variabili”, appunto se pur all’interno di qualche invarianza, ma non “variabili”! Saremo disposti a mettere da parte il mito della generalizzazione?

Impact = Roe propone una visione profondamente etica del nostro ruolo là dove accettiamo di esprimerci in modo cosciente circa ciò che è “good” o “bad”. È una psicologia ‘non più a servizio del principe’. Dovremmo quindi iniziare a parlare i linguaggi della psicologia critica e decostruttivista; una strada già percorsa da numerose altre discipline e che all’interno della nostra area è stata decisamente poco praticata. In questo deludente panorama italiano, ma anche internazionale, questa tensione etica potrebbe aiutarci a trovare il senso del nostro stare al mondo…se non ora quando?

Ciò che auspichiamo, infine, è che il dialogo costruttivo tra noi possa prendere il via da quella parte che il testo di Roe sembra lasciare più da parte. Roe disegna possibili scenari, interroga il rapporto tra ‘teoria e ricerca’ e potremmo aggiungere quindi la parola ‘intervento’, per trovare una nuova alleanza tra practitioner e accademici.

Claudia Piccardo e Angelo Benozzo